Virus Shamonda nell’uomo: l’OMS conferma in Francia il primo caso conosciuto di infezione
L’Organizzazione mondiale della sanità ha documentato il primo caso conosciuto di infezione da virus Shamonda in un essere umano. La segnalazione, pubblicata il 2 novembre 2026 attraverso il sistema Disease Outbreak News, riguarda un uomo anziano residente nella Francia orientale, affetto da una grave compromissione del sistema immunitario e deceduto all’inizio di ottobre dopo aver sviluppato un’encefalite severa.
La conferma rappresenta una novità per la sorveglianza delle malattie infettive. Il virus Shamonda era conosciuto da oltre sessant’anni come agente patogeno degli animali, soprattutto dei bovini, ma non erano mai state documentate infezioni umane attraverso analisi di laboratorio.
L’OMS precisa che il caso rimane isolato e che non sono state individuate altre infezioni umane. Le informazioni disponibili non consentono ancora di stabilire quanto frequentemente il virus possa infettare le persone, quali manifestazioni cliniche possa provocare o quale sia il rischio effettivo per la popolazione generale.
Il caso francese: dall’encefalite alla conferma dell’infezione
Il paziente era stato ricoverato il 18 agosto 2026 per una grave patologia preesistente. Secondo la ricostruzione dell’OMS, il 23 settembre ha sviluppato disturbi visivi, confusione, perdita di coscienza e convulsioni. Due giorni dopo i medici hanno diagnosticato un’encefalite severa, un’infiammazione del cervello che può compromettere rapidamente le funzioni neurologiche.
Le condizioni cliniche sono peggiorate fino al decesso, avvenuto secondo la cronologia riportata dall’OMS l’8 ottobre.
Un elemento determinante riguarda la situazione immunologica del paziente. Lo studio clinico pubblicato il 22 ottobre sulla rivista scientifica Eurosurveillance descrive un uomo sottoposto circa un mese prima dell’insorgenza dell’encefalite a un trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, una procedura che può comportare una profonda vulnerabilità alle infezioni.
Il virus Shamonda nell’uomo è stato identificato attraverso indagini microbiologiche approfondite condotte dagli Hospices Civils de Lyon. L’analisi metagenomica del liquido cerebrospinale, prelevato il 25 settembre, ha permesso di individuare materiale genetico virale che non era stato inizialmente associato alle cause più comuni di encefalite.
La successiva conferma mediante RT-PCR, una tecnica molecolare utilizzata per rilevare l’RNA virale, ha rafforzato il risultato diagnostico. Gli accertamenti effettuati su campioni di sangue, urine, saliva, materiale respiratorio e feci hanno confermato la presenza del virus in diversi distretti dell’organismo.
Le biopsie eseguite dopo il decesso hanno inoltre evidenziato cariche elevate di materiale genetico virale nel cervello, nel fegato e nella milza.
I ricercatori hanno escluso, attraverso un ampio insieme di esami, numerosi altri agenti infettivi potenzialmente responsabili dell’encefalite. L’insieme dei risultati sostiene un ruolo rilevante dell’infezione da Shamonda nella grave malattia neurologica, pur richiedendo cautela nell’attribuire al virus l’intero decorso clinico di un paziente già particolarmente fragile.
Le analisi genetiche identificano una variante europea
Il sequenziamento del materiale virale ha individuato il genotipo SHAV-EU1, una delle due varianti riconosciute durante la diffusione del virus Shamonda negli allevamenti europei nel 2026.
La sequenza ottenuta dai campioni del paziente copriva circa il 90% del genoma e presentava un’identità genetica del 99% con un virus circolante nella vicina Svizzera.
Questa somiglianza costituisce un’indicazione epidemiologica significativa, perché collega l’infezione umana alle varianti individuate negli animali dell’Europa continentale. Non permette però di ricostruire con certezza il luogo o le modalità del contagio.
Le indagini retrospettive hanno aggiunto un elemento importante. La ricerca dell’RNA virale in campioni biologici conservati ha documentato la presenza del virus già all’inizio di luglio, oltre due mesi prima della comparsa delle manifestazioni neurologiche.
Il risultato suggerisce che l’infezione fosse presente da tempo nell’organismo del paziente. Non consente invece di definire un periodo di incubazione valido per le persone con un sistema immunitario normalmente funzionante.
Il virus Shamonda nell’uomo potrebbe dunque avere manifestazioni differenti da quelle osservate in questo primo paziente, ma al momento non esistono dati clinici sufficienti per descrivere un quadro tipico della malattia o distinguere eventuali infezioni lievi da quelle più gravi.
Come potrebbe essere avvenuta la trasmissione
La principale ipotesi esaminata dalle autorità sanitarie francesi riguarda la puntura di un insetto vettore infetto.
Negli animali, il virus Shamonda è associato alla trasmissione attraverso piccoli moscerini ematofagi del genere Culicoides. Questi insetti sono coinvolti nella circolazione di diversi virus che interessano gli allevamenti e presentano un’attività influenzata dalle condizioni climatiche e dalla stagione.
Il paziente viveva in una zona rurale della Francia orientale, dove la circolazione del virus negli animali era stata documentata durante l’estate. Non aveva effettuato viaggi nell’anno precedente e le indagini epidemiologiche hanno registrato una possibile esposizione a insetti ematofagi.
Tali circostanze rendono plausibile una trasmissione attraverso vettori, ma non costituiscono una dimostrazione diretta.
L’OMS precisa che, sebbene altri orthobunyavirus possano essere trasmessi alle persone da insetti del genere Culicoides, non è ancora stata dimostrata questa specifica modalità di trasmissione del virus Shamonda nell’uomo.
Le autorità stanno valutando anche altre possibili vie di esposizione.
Il paziente aveva ricevuto diverse trasfusioni di sangue tra febbraio e ottobre 2026. Gli accertamenti effettuati dall’Établissement français du sang e dal Centro nazionale francese di riferimento per gli arbovirus sui donatori collegati alle unità di globuli rossi trasfuse sono risultati negativi. La trasmissione attraverso trasfusione viene quindi considerata improbabile, senza poter essere esclusa completamente.
Un’ulteriore linea di indagine riguarda l’eventuale presenza del virus nel latte prodotto da bovini infetti. L’OMS considera attualmente poco probabile una trasmissione alimentare, ma segnala la necessità di approfondire l’eventuale eliminazione del virus attraverso il latte e le possibili conseguenze per la sicurezza alimentare.
Queste verifiche non equivalgono all’identificazione di un rischio alimentare accertato.
Dagli allevamenti europei al primo caso umano
Il virus Shamonda appartiene alla famiglia Peribunyaviridae, al genere Orthobunyavirus e al sierogruppo Simbu. È strettamente imparentato con il virus Schmallenberg, conosciuto in Europa per le infezioni che interessano i ruminanti.
Fu isolato per la prima volta nel 1965 da bovini in Nigeria. Negli anni successivi è stato individuato in diverse regioni africane e in Giappone, senza che venissero documentate infezioni umane.
La situazione epidemiologica animale è cambiata durante l’estate 2026, quando il virus è stato identificato per la prima volta in Europa.
Le segnalazioni hanno inizialmente interessato Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Paesi Bassi, per poi estendersi ad altri territori europei.
Secondo i dati riportati dall’OMS, al 20 ottobre 2026 la presenza del virus negli animali era stata segnalata in 54 dipartimenti della Francia metropolitana, principalmente negli allevamenti bovini.
Sono state individuate due varianti europee. SHAV-EU1 è stata segnalata, tra gli altri Paesi, in Germania, Austria, Francia e Svizzera. SHAV-EU2 è stata identificata in Belgio, Paesi Bassi, Germania settentrionale e Francia nordoccidentale.
Le manifestazioni osservate negli animali comprendono febbre, disturbi gastrointestinali, riduzione della produzione di latte e problemi riproduttivi. In alcuni cavalli sono state documentate alterazioni neurologiche associate alla presenza del virus nel tessuto cerebrale.
L’Organizzazione mondiale della sanità animale segnala anche aborti e malformazioni fetali negli animali coinvolti dalle infezioni, precisando che gli effetti specifici delle varianti europee sulla riproduzione richiedono ulteriori approfondimenti.
Questi dati riguardano la sanità veterinaria. Non possono essere trasferiti automaticamente alla medicina umana, dove l’esperienza clinica disponibile è limitata a un singolo caso confermato.
Nessuna evidenza di trasmissione tra persone
La domanda più rilevante per la salute pubblica riguarda la possibilità che il virus Shamonda nell’uomo possa diffondersi da una persona all’altra.
Le informazioni raccolte fino al 2 novembre non documentano episodi di trasmissione interumana. Le autorità francesi hanno inoltre avviato indagini sierologiche tra i contatti stretti del paziente per verificare eventuali esposizioni non riconosciute.
L’assenza di altri casi individuati non dimostra che una determinata modalità di trasmissione sia biologicamente impossibile. Significa che, allo stato delle conoscenze, non sono emerse evidenze di diffusione tra esseri umani.
Santé publique France, nella comunicazione del 23 ottobre, ha dichiarato che non erano stati identificati elementi indicativi di un rischio sanitario per la popolazione generale.
La valutazione dell’OMS, pubblicata successivamente, introduce una distinzione: il rischio non può ancora essere quantificato in maniera affidabile perché manca una base epidemiologica sufficiente.
Non esistono dati per stabilire quante persone eventualmente esposte possano sviluppare un’infezione, quale percentuale possa manifestare sintomi o quanto incida lo stato immunitario sulla gravità della malattia.
Non è nemmeno possibile utilizzare l’esito del caso francese per stimare la letalità dell’infezione nella popolazione generale. Il paziente presentava condizioni cliniche eccezionalmente complesse, diverse da quelle di una persona immunocompetente.
Al momento non sono disponibili trattamenti antivirali specifici o vaccini contro il virus Shamonda.
Sorveglianza sanitaria e nuove indagini in Europa
La comparsa del virus Shamonda nell’uomo ha portato le autorità sanitarie a rafforzare il coordinamento tra medicina umana, veterinaria ed entomologia.
L’approccio seguito è quello definito One Health, che considera congiuntamente la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi.
L’OMS raccomanda di proseguire il monitoraggio della circolazione animale, condividere tempestivamente le informazioni epidemiologiche e valutare indagini mirate sulle persone che potrebbero essere state esposte.
Tra gli strumenti disponibili figurano le indagini sierologiche, utili a ricercare anticorpi indicativi di un precedente contatto con il virus. Tali studi potrebbero contribuire a stabilire se il caso francese rappresenti un evento eccezionale oppure il primo riconoscimento diagnostico di infezioni precedentemente non individuate.
L’Organizzazione suggerisce inoltre di considerare il virus Shamonda nelle indagini su pazienti con sintomi compatibili e circostanze di esposizione ambientale o professionale pertinenti, nei limiti delle capacità diagnostiche disponibili.
La sorveglianza veterinaria dovrà continuare a distinguere le infezioni da Shamonda da altre malattie animali che possono produrre manifestazioni simili, tra cui la febbre catarrale degli ovini. Nei cavalli con disturbi neurologici, particolare attenzione viene rivolta anche alla diagnosi differenziale con il virus West Nile.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie sta seguendo l’evento insieme alle autorità francesi e alle istituzioni competenti in materia di salute animale.
Il 30 ottobre 2026 l’ECDC ha comunicato di aver avviato, insieme all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), una valutazione congiunta del rischio legato al virus Shamonda. La pubblicazione del documento è prevista per il 30 novembre 2026.
L’analisi dovrà integrare le evidenze disponibili sulla diffusione negli allevamenti, le possibili modalità di esposizione umana e le caratteristiche delle varianti europee.
Per la sanità pubblica, uno degli obiettivi più importanti sarà chiarire se la grave immunodepressione del paziente francese abbia avuto un ruolo determinante nello sviluppo dell’encefalite e se infezioni da Shamonda possano verificarsi anche in persone senza analoghe condizioni di vulnerabilità.
La risposta richiederà ulteriori dati clinici, diagnostici e sierologici. Fino ad allora, la circolazione del virus negli animali rimane un fenomeno documentato, mentre la sua capacità di provocare malattia nell’essere umano è dimostrata da un solo caso, senza evidenze di una diffusione interumana.
