Salute umana, animale e ambientale: il dialogo One Health dell’OMS rilancia la prevenzione integrata in Europa
Il 3 novembre 2026, in occasione della Giornata mondiale One Health, l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità ha convocato a Bruxelles un dialogo di alto livello dedicato alla prevenzione delle minacce sanitarie che coinvolgono persone, animali ed ecosistemi. L’iniziativa ha riunito nel programma di confronto le quattro organizzazioni internazionali impegnate nella strategia One Health, insieme alle istituzioni europee, alle agenzie tecniche e ai partner che operano nella sorveglianza e nella gestione dei rischi sanitari.
Al centro dell’appuntamento, promosso dall’OMS con FAO, Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e Organizzazione mondiale per la salute animale (WOAH), c’è una questione concreta: come trasformare il coordinamento politico sulla salute umana animale e ambientale in interventi condivisi, capaci di individuare tempestivamente i pericoli e limitarne le conseguenze.
L’agenda ufficiale comprende governance, investimenti, sistemi di sorveglianza, preparazione alle emergenze e risposta alle minacce emergenti e transfrontaliere. Particolare attenzione è riservata alle malattie trasmesse da vettori, come zanzare e zecche, la cui diffusione può risentire delle condizioni climatiche e delle trasformazioni ambientali.
La documentazione pubblicata dall’OMS presenta obiettivi e temi del dialogo, senza riportare un elenco di nuove decisioni vincolanti adottate a Bruxelles. L’incontro rappresenta quindi un passaggio di confronto istituzionale che si inserisce in programmi di cooperazione già avviati.
Che cosa significa One Health e perché coinvolge anche gli ecosistemi
Il principio One Health parte dal riconoscimento che la salute delle persone dipende anche dalle condizioni degli animali domestici e selvatici, delle piante e degli ambienti naturali. Le relazioni tra questi elementi incidono sulla circolazione dei microrganismi, sulla sicurezza alimentare, sulla qualità dell’acqua e sulla possibilità che determinate infezioni raggiungano nuove popolazioni.
La definizione condivisa dalle quattro organizzazioni internazionali descrive One Health come un approccio integrato, finalizzato a mantenere un equilibrio sostenibile tra la salute degli esseri umani, degli animali e degli ecosistemi.
Un’applicazione concreta riguarda le zoonosi, malattie infettive che possono essere trasmesse naturalmente tra animali e persone. Il passaggio può verificarsi attraverso il contatto diretto, alimenti contaminati, acqua, ambienti infetti oppure organismi vettori.
La sorveglianza sanitaria tradizionalmente affidata agli ospedali e ai laboratori clinici rimane indispensabile, ma può non essere sufficiente a riconoscere precocemente un rischio che si manifesta inizialmente negli allevamenti, nella fauna selvatica o nell’ambiente.
La salute umana animale e ambientale richiede quindi informazioni provenienti da discipline differenti, dalla medicina alla veterinaria, dall’ecologia alla microbiologia, fino alla meteorologia e alla gestione del territorio.
Il coinvolgimento della componente ambientale permette inoltre di considerare fattori che possono favorire l’esposizione ai patogeni. I cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la perdita di habitat naturali, l’inquinamento e le variazioni climatiche possono modificare i rapporti tra specie animali, vettori e popolazioni umane. Gli effetti dipendono però dal singolo agente infettivo e dalle condizioni locali: non esiste una relazione automatica tra ogni trasformazione ambientale e l’insorgenza di una nuova epidemia.
Malattie emergenti: dalla sorveglianza veterinaria agli interventi di sanità pubblica
L’utilità della prevenzione integrata emerge soprattutto quando un patogeno circola tra specie differenti.
L’influenza aviaria ad alta patogenicità costituisce un esempio significativo. La sua diffusione negli uccelli selvatici e negli allevamenti richiede controlli veterinari, analisi di laboratorio e valutazioni del rischio per le persone che possono entrare in contatto con animali infetti.
Nel maggio 2026 FAO, OMS e WOAH hanno pubblicato una valutazione congiunta relativa ai virus influenzali aviari A(H5), basata sulle informazioni disponibili fino al primo marzo dello stesso anno.
Il documento richiama la necessità di notificare tempestivamente gli eventi sanitari, monitorare la circolazione dei virus negli animali e caratterizzarne le eventuali modificazioni. La collaborazione tra autorità veterinarie e sanitarie serve anche a valutare il rischio di trasmissione all’uomo e a definire misure preventive per le categorie maggiormente esposte.
Lo stesso principio si applica alle malattie trasmesse da vettori.
Le temperature, le precipitazioni e le caratteristiche degli habitat possono influenzare la presenza e l’attività di zanzare e zecche. Le informazioni ambientali, integrate con il monitoraggio entomologico e con i dati epidemiologici, consentono di individuare territori nei quali rafforzare la sorveglianza.
Un sistema efficace deve distinguere la semplice presenza di un vettore dalla circolazione effettiva di un agente patogeno e dall’esistenza di casi umani. Sono informazioni collegate, ma non equivalenti.
Il dialogo di Bruxelles ha incluso proprio le malattie vettoriali tra le minacce transfrontaliere sulle quali rafforzare preparazione e risposta.
La cooperazione è particolarmente rilevante quando gli eventi interessano territori appartenenti a Paesi diversi. Gli spostamenti di persone, animali e merci possono contribuire alla diffusione di alcuni agenti infettivi, rendendo necessario condividere rapidamente dati diagnostici e informazioni epidemiologiche.
I dati europei sulle zoonosi mostrano il valore della sorveglianza integrata
L’Unione europea dispone già di strumenti che applicano concretamente la prospettiva One Health.
La direttiva 2003/99/CE disciplina la sorveglianza delle zoonosi e degli agenti zoonotici, prevedendo la raccolta di informazioni utili a valutare i rischi lungo la filiera alimentare e nelle popolazioni animali.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) collaborano nell’elaborazione dei rapporti periodici che mettono in relazione le infezioni umane con i risultati dei controlli effettuati sugli alimenti e sugli animali.
Il rapporto europeo sulle zoonosi riferito al 2024, pubblicato il 9 dicembre 2025, ha documentato 168.396 casi di campilobatteriosi e 79.703 casi di salmonellosi nell’uomo. Le due infezioni sono risultate le zoonosi maggiormente segnalate nei sistemi di sorveglianza considerati.
Nello stesso anno sono stati comunicati 6.558 focolai di malattie trasmesse da alimenti, con un incremento del 14,5% rispetto al 2023.
Questi dati non indicano necessariamente che tutte le infezioni abbiano origine da un peggioramento delle condizioni ambientali. La frequenza dei casi può dipendere da molteplici fattori, compresi i comportamenti alimentari, l’efficacia dei controlli, la capacità diagnostica e le modalità di notifica.
La loro utilità consiste nella possibilità di confrontare informazioni provenienti da sistemi differenti, individuare gli agenti patogeni più rilevanti e orientare le misure preventive.
Per esempio, i dati sulla presenza di Salmonella negli allevamenti avicoli possono contribuire alla valutazione delle strategie di controllo applicate lungo la filiera delle uova e delle carni.
L’approccio alla salute umana animale e ambientale permette così di intervenire su più punti della catena di trasmissione, anziché concentrare tutte le risorse sulla gestione dei casi clinici già manifestati.
Il rapporto EFSA-ECDC evidenzia tuttavia anche alcuni limiti statistici, soprattutto nella comparabilità dei dati comunicati dagli Stati. Differenze nelle procedure di campionamento e nei controlli possono condizionare l’interpretazione dei risultati e richiedono prudenza nei confronti internazionali.
Il coordinamento tra OMS, FAO, UNEP e WOAH
Uno degli aspetti centrali del dialogo europeo riguarda la distribuzione delle responsabilità tra le istituzioni.
L’OMS opera nell’ambito della sanità pubblica, la FAO contribuisce attraverso le competenze su agricoltura, allevamenti e sistemi alimentari, la WOAH presidia gli aspetti legati alla salute animale, mentre l’UNEP apporta conoscenze e strumenti relativi agli ecosistemi e ai rischi ambientali.
La collaborazione tra queste organizzazioni, conosciuta come Quadripartito One Health, ha una struttura già consolidata.
Nel 2022 è stato avviato il One Health Joint Plan of Action, costruito attorno a sei aree di intervento. Comprendono il rafforzamento dei sistemi sanitari, la prevenzione delle zoonosi emergenti, il controllo delle malattie endemiche e trasmesse da vettori, la sicurezza alimentare, il contrasto all’antimicrobico-resistenza e l’integrazione della dimensione ambientale nelle politiche sanitarie.
Il piano, inizialmente riferito al periodo 2022-2026, è stato esteso nell’agosto 2026 fino al 2029. La decisione consente alle organizzazioni e ai Paesi coinvolti di proseguire le attività utilizzando un quadro comune.
Un ulteriore passaggio era arrivato nel febbraio 2026, con il rinnovo fino al 2030 del memorandum d’intesa tra le quattro organizzazioni.
Si tratta di impegni istituzionali già formalizzati prima dell’appuntamento di Bruxelles, che non devono essere confusi con eventuali nuove decisioni scaturite dal dialogo del 3 novembre.
Il piano internazionale costituisce inoltre un quadro di riferimento e di assistenza tecnica, non una normativa automaticamente vincolante per gli Stati.
Il meccanismo regionale europeo e il collegamento con l’Asia centrale
Il confronto di Bruxelles ha attribuito particolare rilievo al Regional One Health Coordination Mechanism, il meccanismo di coordinamento regionale incaricato di favorire la cooperazione tra le rappresentanze europee delle quattro organizzazioni.
La sua origine risale all’aprile 2021, quando FAO, WOAH e OMS hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti per coordinare le priorità One Health in Europa e Asia centrale. Nell’agosto 2022 si è aggiunto formalmente l’UNEP.
Il meccanismo comprende un gruppo esecutivo, un gruppo tecnico e una piattaforma regionale aperta alla partecipazione di partner istituzionali e altri soggetti interessati.
Il gruppo esecutivo fornisce indirizzi strategici, mentre quello tecnico segue il coordinamento delle attività, la condivisione delle informazioni e la mobilitazione delle risorse. La piattaforma dei partner contribuisce alla valutazione delle minacce emergenti e allo scambio delle esperienze maturate nei singoli territori.
Questa articolazione risponde a una difficoltà ricorrente nella gestione della salute umana animale e ambientale: le competenze necessarie sono distribuite tra amministrazioni che dispongono di responsabilità, procedure e sistemi informativi diversi.
Le autorità sanitarie possono raccogliere dati sulle infezioni umane, i servizi veterinari monitorare gli allevamenti e le agenzie ambientali rilevare condizioni favorevoli alla proliferazione di determinati vettori. Se le informazioni rimangono separate, diventa più difficile costruire un quadro tempestivo del rischio.
Il coordinamento regionale mira a favorire lo scambio delle conoscenze e il sostegno tecnico ai Paesi, senza sostituire le rispettive autorità nazionali.
L’estensione della cooperazione all’Asia centrale risponde alla dimensione geografica dell’Ufficio regionale europeo dell’OMS, che comprende anche diversi Paesi dell’area. Questo consente di affrontare rischi sanitari che non coincidono necessariamente con i confini dell’Unione europea.
Antimicrobico-resistenza: un problema che attraversa medicina, allevamenti e ambiente
La resistenza agli antimicrobici rappresenta un altro campo nel quale la collaborazione tra settori sanitari produce risultati concretamente misurabili.
L’utilizzo di antibiotici nella medicina umana e veterinaria può esercitare una pressione selettiva che favorisce la sopravvivenza e la diffusione di batteri resistenti. L’ambiente può contribuire alla circolazione di microrganismi resistenti e di geni di resistenza, anche attraverso reflui e altri percorsi di contaminazione.
Le strategie preventive richiedono pertanto sorveglianza microbiologica, appropriatezza prescrittiva, misure di biosicurezza, prevenzione delle infezioni e gestione dei possibili percorsi di diffusione ambientale.
L’Unione europea ha adottato il 13 giugno 2023 una raccomandazione del Consiglio per rafforzare le iniziative contro l’antimicrobico-resistenza attraverso l’approccio One Health.
Il documento promuove il miglioramento dei piani nazionali, il monitoraggio dell’impiego degli antimicrobici, la prevenzione delle infezioni e una maggiore collaborazione tra Paesi.
La raccomandazione costituisce un atto europeo già adottato, distinto dalle priorità discusse nel novembre 2026. La sua natura giuridica non equivale a quella di un regolamento direttamente applicabile.
L’esempio dimostra comunque come il principio della salute umana animale e ambientale possa tradursi in indicazioni istituzionali specifiche, accompagnate da strumenti di monitoraggio e obiettivi di sanità pubblica.
Dalle priorità politiche agli investimenti: le condizioni per attuare One Health
La realizzazione di sistemi integrati richiede risorse finanziarie, personale qualificato e procedure condivise.
Nel settembre 2026 l’One Health High-Level Expert Panel, gruppo internazionale di esperti che fornisce consulenza scientifica al Quadripartito, ha pubblicato un’analisi dedicata agli ostacoli e ai fattori che favoriscono l’attuazione del piano comune.
Il lavoro ha esaminato oltre 260 contributi, individuando dieci raccomandazioni collegate a cinque ambiti strategici: governance, finanziamenti, dati, coinvolgimento delle comunità e competenze professionali.
L’analisi evidenzia la necessità di affrontare problemi organizzativi che possono rallentare l’applicazione delle strategie integrate.
La collaborazione tra discipline, infatti, non dipende esclusivamente dalla disponibilità di tecnologie diagnostiche. Occorrono accordi sulla raccolta e sulla condivisione dei dati, responsabilità definite e personale capace di interpretare informazioni provenienti da ambiti differenti.
Un laboratorio veterinario può identificare un agente patogeno negli animali, ma l’utilità di quella scoperta per la sanità pubblica dipende anche dalla rapidità con cui l’informazione raggiunge gli organismi competenti e viene inserita in una valutazione epidemiologica.
Un’ulteriore difficoltà riguarda i finanziamenti. I programmi che coinvolgono ministeri, autorità territoriali e agenzie differenti possono richiedere meccanismi di programmazione congiunta, soprattutto quando i benefici di un intervento ricadono su un settore diverso da quello che ne sostiene i costi.
Il dialogo del 3 novembre ha posto investimenti e governance tra le proprie priorità, ma l’agenda ufficiale non documenta l’approvazione di nuovi stanziamenti specifici o l’istituzione di ulteriori obblighi nazionali.
L’iniziativa è stata cofinanziata dall’Unione europea attraverso il programma EU4Health. Il sostegno economico all’evento non deve essere interpretato come l’assegnazione automatica di nuovi fondi ai sistemi di sorveglianza degli Stati partecipanti.
Prevenzione integrata e responsabilità delle istituzioni europee
L’attuazione dell’approccio One Health in Europa si confronta con un sistema di competenze articolato.
Le politiche sanitarie rimangono in larga parte affidate agli Stati, mentre l’Unione europea interviene attraverso strumenti normativi, programmi di finanziamento e attività di coordinamento, con competenze particolarmente rilevanti nella sicurezza alimentare, nella sanità animale e nella gestione di determinati rischi transfrontalieri.
EFSA ed ECDC svolgono già funzioni complementari nella valutazione delle zoonosi. Le autorità nazionali e regionali mantengono invece responsabilità operative nella sorveglianza, nei controlli e negli interventi sul territorio.
Per rafforzare la prevenzione occorre rendere utilizzabili le informazioni raccolte da questi soggetti, salvaguardando qualità dei dati, tempestività delle segnalazioni e chiarezza delle procedure.
Anche il monitoraggio ambientale assume un ruolo specifico. Le osservazioni sui vettori, sulle condizioni degli habitat e sulla contaminazione delle acque possono contribuire a valutare i rischi, purché siano integrate con evidenze microbiologiche ed epidemiologiche.
La prospettiva della salute umana animale e ambientale non comporta necessariamente la creazione di nuove strutture amministrative. In molti casi il miglioramento può derivare dal collegamento tra sistemi esistenti, dalla definizione di protocolli comuni e dall’organizzazione di esercitazioni congiunte.
Resta però necessario verificare quali misure siano state effettivamente adottate e quali rappresentino ancora indirizzi programmatici.
Il confronto promosso dall’OMS a Bruxelles ha richiamato proprio questa distinzione, ponendo al centro il passaggio dall’impegno politico alla capacità di prevenire e gestire rischi concreti.
Il prossimo banco di prova sarà l’attuazione nazionale e regionale del piano One Health prorogato fino al 2029. La sua efficacia dipenderà anche dalla possibilità di collegare i sistemi di sorveglianza già operativi, definire responsabilità condivise e utilizzare tempestivamente le informazioni raccolte prima che un evento sanitario locale assuma dimensioni più estese.
